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Periodico parrocchia del Ss.Antonio Abate e Francesca Cabrini - Sant'angelo Lodigiano
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Santa Messa della Domenica


  

4 Luglio 2021

XIV Domenica del Tempo Ordinario - Anno B



LITURGIA DELLA PAROLA 



Prima Lettura  Ez 2, 2-5

Sono una genìa di ribelli, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro.


Dal libro del profeta Ezechiele

In quei giorni, uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava.

Mi disse: «Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Essi e i loro padri si sono sollevati contro di me fino ad oggi. Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito. Tu dirai loro: “Dice il Signore Dio”.

Ascoltino o non ascoltino – dal momento che sono una genìa di ribelli –, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro».



Salmo Responsoriale  
Salmo 122

 I nostri occhi sono rivolti al Signore. 


A te alzo i miei occhi,

a te che siedi nei cieli.

Ecco, come gli occhi dei servi

alla mano dei loro padroni.

 

Come gli occhi di una schiava

alla mano della sua padrona,

così i nostri occhi al Signore nostro Dio,

finché abbia pietà di noi.

 

Pietà di noi, Signore, pietà di noi,

siamo già troppo sazi di disprezzo,

troppo sazi noi siamo dello scherno dei gaudenti,

del disprezzo dei superbi. 



Seconda Lettura  2 Cor 12, 7-10  

Mi vanterò delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia.

A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza».

Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte.



 Canto al Vangelo  Lc 4,18


Alleluia, alleluia.

Lo Spirito del Signore è sopra di me:

mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio. 

Alleluia, alleluia.






Vangelo  Mc 6, 1-6 
     
  Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria.

  Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.

Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.

Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.

Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.




 

Omelia 

 

Il peccato: rifiutare Cristo


Se l'idolatria caratterizza  le nazioni pagane, l'incredulità tocca lo tesso popolo di Dio. Tutta  la  storia  di  Israele è costellata di incredulità, di  rifiuti, di nostalgie  e  di ritorni verso  gli idoli, di fiducia negli dèi dei popoli vicini, oppure  di fiducia  nelle grandi alleanze con i popoli pagani. Espressione toccante  di questo rifiuto è la condizione del profeta, sempre  ostacolato  dal  popolo,  non accettato, spesso  inseguito e  perseguitato: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati» (Mt  23,37). L'incredulità del popolo è sempre stata uno scandalo.


Gesù e la sua gente

II rapporto di Gesù con il suo popolo è stato un rapporto allo stesso tempo tenero e tempestoso: « Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! » (Mt 23,37).

Come i loro padri si erano comportati con i profeti, così gli Israeliti si comportano con Gesù; sono un «popolo di ribelli... sono figli testardi e dal cuore indurito» (1a lettura).

Molte sono le ragioni del  fallimento e del rifiuto del popolo eletto. Anzitutto gli  errori  di  interpretazione della Legge. Il popolo ha soffocato nella  lettera un documento pieno di tensione escatologica; ha  ridotto la missione  e  la  figura del  Messia alle dimensioni di un  quadro  troppo umano  e  troppo nazionalista.  Alcuni strati del popolo hanno creduto di poter essere sufficienti a se stessi e si sono chiusi  ad ogni  iniziativa di Dio.  Accecati dalla preoccupazione di vantaggi terreni, altri Ebrei hanno trascurato i segni  che Dio  loro mandava.  Anche  il  culto  è  stato  deformato nel  formalismo  e  il tempio è  divenuto un luogo di prestazioni cultuali senza  un vero impegno personale.

In questo contesto l'incidente di Nazaret (vangelo)  assume un significato  emblematico. Gesù  si presenta al suo paese non come semplice cittadino  che fa una  visita  alla sua famiglia; egli ci va con  i suoi discepoli nel pieno esercizio della sua qualità di Rabbi dotato di sapienza e di autorità fuori  del comune. Tali sue qualità eccezionali sono poste in netto contrasto con la sua origine; la sua gente «si scandalizza di lui» e non lo accetta per quello che lui veramente è. San Paolo dice che un Messia come Gesù  «è follia per i Greci e scandalo per i Giudei» (1 Cor  1,23).


Il pericolo dell'autosufficienza. 

Una gran parte di Ebrei non ha riconosciuto il Cristo, ma le ragioni che  spiegano questo rifiuto toccano anche  noi:  anche noi  siamo continuamente in pericolo di  volerci salvare da soli, di riporre la nostra fiducia  solo nei mezzi esterni, di portare nel nostro culto più formalismo che interiorità, di restringere, con le nostre interpretazioni troppo umane e troppo legate ad un particolare ambiente, l'universalità della nostra religione.  Soprattutto, anche noi siamo nella continua tentazione di far tacere i profeti perché ci scomodano dalle nostre posizioni acquisite  e  fanno saltare le nostre sicurezze.  Gesù non è venuto per confermarci nelle nostre sicurezze; la sua persona è sempre un segno di contraddizione, la sua parola provoca a fare delle scelte, a comprometterci.  Eppure noi sappiamo prendere le giuste distanze, sappiamo metterci al di sopra delle  parti, per non scomodare nessuno, per non provocare reazioni e rifiuti... Il profeta ci obbliga ad uscire dalla nostra posizione di equilibrio, a scuotere la nostra tranquillità: per questo è spesso urtante. Una costante di tutti i profeti è la difficoltà d'impatto della loro persona e del loro messaggio con i loro immediati uditori.  In un mondo che cerca di vivere nella tranquillità, di approfittare egoisticamente dell'oggi, il profeta diventa per forza un segno di  contraddizione. 


Rifiutare Dio è disgregarsi  

Con il  peccato l'uomo, pretendendo di essere simile  a Dio, vuoi fare e decidere da sé ciò che è bene e ciò che è  male. Da questa illusoria pretesa di autosufficienza e di rifiuto di Dio, risulta distrutta l'immagine stessa dell'uomo, smarrito il senso della sua vita, diviso in se stesso e dagli altri. Quanto più l'uomo rifiuta la comunione con Dio, infatti, tanto più diviene incapace di comunione con gli altri. Il peccato si trasforma sempre  in esperienza di separazione,divisione, lotta, contrasto e solitudine. È  una  profonda  incapacità a comunicare, a vivere in una unità d'amore, a comprendere e ad accogliere l'altro nelle sue aspirazioni ed esigenze  (cf  CdA, pagg. 470-471).

 

Uno spirito contrito è sacrificio a Dio

Dai «Discorsi» di sant'Agostino, vescovo   (Disc. 19, 2-3; CCL 41, 252-254)

Davide ha confessato: «Riconosco la mia colpa» (Sal 50, 5). Se io riconosco, tu dunque perdona. Non presumiamo affatto di essere perfetti e che la nostra vita sia senza peccato. Si adatta alla condotta quella lode che non dimentichi la necessità del perdono. Gli uomini privi di speranza, quanto meno badano ai propri peccati, tanto più si occupano di quelli altrui. Infatti cercano non che cosa correggere, ma che cosa biasimare. E siccome non possono scusare se stessi, sono pronti ad accusare gli altri. Non è questa la maniera di pregare e di implorare perdono da Dio, insegnataci dal salmista, quando ha esclamato: «Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi» (Sal 50, 5). Egli non stava a badare ai peccati altrui. Citava se stesso, non dimostrava tenerezza con se stesso, ma scavava e penetrava sempre più profondamente in se stesso. Non indulgeva verso se stesso, e quindi pregava sì che gli si perdonasse, ma senza presunzione.

Vuoi riconciliarti con Dio? Comprendi ciò che fai con te stesso, perché Dio si riconcili con te. Poni attenzione a quello che si legge nello stesso salmo: «Non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non lì accetti» (Sal 50, 18). Dunque resterai senza sacrificio? Non avrai nulla da offrire? Con nessuna offerta potrai placare Dio? Che cosa hai detto? «Non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti» (Sal 50, 18). Prosegui, ascolta e prega: «Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi» (Sal 50, 19). Dopo aver rigettato ciò che offrivi, hai trovato che cosa offrire. Infatti presso gli antichi offrirvi vittime del gregge e venivano denominate sacrifici. «Non gradisci il sacrificio»: non accetti più quei sacrifici passati, però cerchi un sacrificio.

Dice il salmista: «Se offro olocausti, non li accetti». Perciò dal momento che non gradisci gli olocausti, rimarrai senza sacrificio? Non sia mai. «Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi» (Sal 50, 19). Hai la materia per sacrificare. Non andare in cerca del gregge, non preparare imbarcazioni per recarti nelle più lontane regioni da dove portare profumi. Cerca nel tuo cuore ciò che è gradito a Dio. Bisogna spezzare minutamente il cuore. Temi che perisca perché frantumato? Sulla bocca del salmista tu trovi questa espressione: «Crea in me, o Dio, un cuore puro» (Sal 50, 12). Quindi deve essere distrutto il cuore impuro, perché sia creato quello puro.

Quando pecchiamo dobbiamo provare dispiacere di noi stessi, perché i peccati dispiacciono a Dio. E poiché constatiamo che non siamo senza peccato, almeno in questo cerchiamo di essere simili a Dio: nel dispiacerci di ciò che dispiace a Dio. In certo qual modo sei unito alla volontà di Dio, poiché dispiace a te ciò che il tuo Creatore odia.



 








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